Parole a caso

Scrivo per mestiere. Scrivo per passione. Scrivo tanto per fare. Si sarà capito, insomma, che mi piace scrivere. Ma se lo faccio, è anche per necessità comunicativa. Perché per iscritto riesco, bene o male, a spiegarmi, a tradurre in pensieri compiuti quel che mi passa per la testa. A voce, invece, è spesso un disastro.

Non sono mai stato bravo a farmi capire parlando. Una piccola parte di colpa può andare alla mia (a dire il vero neanche così marcata) erre moscia, per cui quando mi presento capita che la gente capisca che mi chiamo Michael Agustoni. Già, Michael. Un’altra causa è senza dubbio la mia insicurezza cronica, a causa della quale fino a una certa età mi esprimevo il meno possibile per timore di dire una cazzata ed essere deriso. Alle volte cominciavo una frase, ma la troncavo a metà, oppure diminuivo sensibilmente di tono, perché non ero sicuro di quel che stavo dicendo, con l’ovvio effetto di non farmi capire (una sorta di profezia autoavverante, insomma). Ma il motivo principale è che quando devo spiegare qualcosa a voce, d’improvviso vado in corto, e quello che fino a un attimo prima mi sembrava coerente e sensato diventa fumoso e contraddittorio.

Bene o male, ecco cosa succede. C’è un determinato discorso che ho in mente, con un inizio e una fine e un senso compiuto:

Penso che bisognerebbe essere coerenti nell’essere carnivori, senza fare distinzioni tra animali: perciò, se mangi un maiale o un coniglio, non dovresti ritenere così orribile mangiare un cane o un gatto.

Appena apro bocca, però, mi rendo conto che in testa ho soltanto una grande confusione, perché nel frattempo le parole si sono messe a ronzare a caso come dei mosconi smossi dal lancio di un sasso. E il pensiero diventa una cosa tipo così:

mangiare      così          coniglio                 fare                      che                    tra   coerenti              perciò,            dovresti         gatto             carnivori,                              senza             se            Penso            mangi                      distinzioni              animali:              essere        un    maiale          o     un, nell’           non              ritenere                    un                         bisognerebbe essere                                  cane    o orribile      un            .

A quel punto, è ovvio, subentra il panico. Per cui mentre sto parlando tento disperatamente di riportare le parole all’ordine, di afferrarle una per una e rimetterle al loro posto. Solo che loro, proprio come mosconi, mi sfuggono e vanno dove meglio credono. Con il risultato che una volta esplicitato, il mio pensiero risulta incomprensibile.

Per cui, ecco, se per caso volete saperne cosa ne penso dei recenti sviluppi elettorali, oppure del Pozzo Superprofondo di Kola, non chiedetemelo di persona, ma mandatemi una mail. Prima o poi vi risponderò, elaborando un discorso (più o meno) sensato sull’argomento.

Tutti in fila indiana (Ho la scimmia per: Nimble Quest)


Negli ultimi giorni ho scoperto un giochino per il mio smartofono realizzato da NimbleBit, intitolato Nimble Quest, ed è subito stato aMmore. Quel che mi ha stregato di questo titolo è che coniuga l’immediatezza di un grande classico del casual gaming, Snake, con alcune dinamiche proprie degli RPG.

In che modo? Il mix è piuttosto semplice. Innanzitutto si sceglie uno tra vari personaggi con caratteristiche e modalità di attacco diverse (guerrieri, maghi, arcieri) e si inizia una partita. All’interno di un singolo livello, dalle dimensioni piuttosto limitate, si deve evitare di scontrarsi, come nel classico Snake, contro i muri, oppure contro i nemici che compaiono sullo schermo. Questi ultimi sono in grado di attaccare i personaggi, infliggendo dei danni che influenzano la loro energia, ma anche gli eroi attaccheranno (in automatico) i vari mostri o guerrieri avversari. Uccidendo i nemici, oltre alle semplici gemme, possono comparire dei bonus di vario tipo, oppure un eroe tra quelli che non sono stati scelti a inizio partita. Andandoci sopra, questi si uniranno alla compagnia, formando una fila indiana di combattenti. Via via che si recuperano eroi, il gruppo diventa più potente, perché è in grado di portare a termine più attacchi in contemporanea, ma diventa anche più difficile da manovrare.

L’aspetto gioco di ruolo subentra nel momento in cui decidiamo di “far passare di livello” i nostri personaggi. Per fare ciò, possiamo decidere di fargli guadagnare punti esperienza mettendoli come capo-fila a inizio partita, oppure spendere alcune delle gemme raccolte durante il gioco. Passando di livello, i maghi, guerrieri ecc. diventeranno sensibilmente più forti. I livelli per personaggio sono tre, e va detto che già per far raggiungere il secondo livello a uno di loro bisogna sbattersi abbastanza col gold farming.

In aggiunta, ci sono i dobloni, che servono per partire con dei bonus, oppure per riprovare un livello, o ancora per skippare i livelli già superati. Questi dobloni si possono trovare in gioco, ma il modo più facile per ottenerli è guardare video pubblicitari oppure, ahimé, acquistarli. Il gioco è gratuito ed è comprensibile che i Nimble cerchino in qualche modo di tirar su dei dobloni (di tipo diverso da quelli del gioco), per cui niente da dire in proposito. Se devo fare un unico appunto a questo giochino addictive, è che temo che alla lunga risulti un po’ ripetitivo. Ma non sono ancora arrivato alla lunga, quindi per ora pollice su!

Appena prima di morire

Quattro raccontini a tema, ovviamente come si evince dal titolo tutta roba allegra. Yé!

morte

Alle volte succede

Successe che uscì di casa con l’ombrello blu a scatto e le cuffiette ben sistemate nel cavo delle orecchie.
Incanalata dal lettore mp3 fino ai suoi padiglioni auricolari, la voce di Nick Cave intonava i brani di Murder Ballads come se fossimo ancora nel 1996, al più nel 1997, ma comunque senza vergogna alcuna per essere smaccatamente in ritardo.
Nonostante il suo corpo si trovasse situato a tutti gli effetti nei primi giorni di aprile del 2013, le condizioni atmosferiche suggerivano ben altre intersezioni temporali. La pioggia indisponente, il vento beffardo, facevano infatti pensare che si fosse aperto uno squarcio nello spazio-tempo, risucchiandoli da almeno un paio di mesi prima e portandoli fin là, forse con l’unico obiettivo di allontanare l’avvento della primavera e di costringerlo a uscire con l’ombrello.
Ma tutto questo non turbava più di tanto il nostro uomo, che anzi si pompava volentieri i polmoni di quel frizzante freschetto, con la sensazione di non sentirli così ben ossigenati da chissà quanto. Forse era il segno che se ne stava chiuso in casa troppo a lungo, meditò.
Il rumore della pioggia, Nick Cave nelle cuffie, tutto tramava affinché egli non si rendesse conto dell’auto che slittava a tutta velocità alle sue spalle, sbandando dalla strada fin sopra il marciapiede. Nemmeno gli sguardi terrorizzati della gente che incrociava il suo cammino, nemmeno i loro goffi tentativi di spostarsi dalla micidiale traiettoria furono sufficienti a metterlo in allerta. Perché era troppo intento a riflettere sull’ironia con cui Cave concludeva quel concept album dedicato alla morte violenta, per accorgersi del terrore che improvviso gli si era creato intorno.
L’istante antecedente l’impatto si dilatò all’inverosimile, come se fosse un grumo disciolto di melassa che cola giù dal piano di una cucina, lungo una mensola in legno massello.
Quell’istante, quel singolo istante avrebbe potuto glassare tutto il tempo del mondo, se solo egli fosse riuscito a impadronirsene prima che gocciolasse a terra. Ma era troppo intento nelle note conclusive dell’album per rendersene conto, e così quello gli sembro un istante come tutti gli altri. Minimo. Insignificante. Già passato.
Afferrò la gravità della situazione quando la forza di gravità cessò, almeno all’apparenza, di esercitare il suo influsso. Si sentì sollevare per i polpacci, afferrare per il cavo popliteo da una leva inaspettata, per poi roteare all’indietro sul suo baricentro, come il protagonista ignaro di un ardito numero da circo.
E mentre il suo cranio sfondava e si sfondava contro il parabrezza dell’automobile, pensò nel suo ultimo momento di lucidità: “Forse sto per morire”.

Tutte caz

Gli ultimi tre piani sono passati un po’ troppo in fretta, e ormai ne mancano solo diciassette prima che io finisca spiaccicato al suolo.
Se facciamo il calcolo totale, pianterrreno compreso, mi sto ciucciando un volo di ventotto piani direttamente dalla finestra aperta del mio maledetto ufficio, incastonato in mezzo a centinaia di altri maledetti uffici di un edificio maledettamente alto.
Tutto ciò potrebbe rovinare la mia giornata.
Come se non bastasse, non ce la faccio proprio a concentrarmi. Credo che sia colpa dell’aria che mi schiaffeggia la faccia. O forse è che sono un po’ nervoso.
E così non riesco proprio a fare il punto della situazione, a rendermi conto di quello che sta succedendo. A spremere il succo della mia esistenza e concentrarlo in pochi illuminati concetti che la riassumano e vi diano un senso.
È che sta accadendo così in fretta. Troppo in fretta.
In un film non sarebbe così, no di sicuro.
E sarà forse proprio la fretta, ma mi è parso di scorgere di sfuggita due che scopano su una scrivania nell’ufficio all’undicesimo piano. O forse è solo l’effetto del vento negli occhi, non lo so, non ha molta importanza.
In un film sarebbe diverso. Nei film quando qualcuno cade dal ventottesimo piano avviene tutto molto più lentamente, e il protagonista si vede scorrere davanti agli occhi i frammenti di tutta la sua vita, uno a uno.
E riflette. Con calma ha il tempo di riflettere sulle sue scelte e sui suoi errori. Di estrapolarli dal contesto e riesaminarli sotto una nuova luce. Per concludere che sì, ne ha commessi, di sbagli, ma tutto sommato ha vissuto una vita dignitosa e senza troppi rimpianti.
Funziona così, in un film, e allora finché non ti succede sul serio sorge spontaneo chiedersi se sia davvero in questo modo che accade.
Beh, lasciatevelo dire da uno che si trova nella situazione contingente.
Tutte caz

Frullato

Spalmato sul suo letto di ospedale, non poté fare a meno di stupirsi di essere sul punto di morire.
Era ben consapevole, come tutti, che prima o poi la sua esistenza terrena sarebbe cessata. Ma giunto a quel punto, quando quell’evenienza gli si era presentata in tutta la sua algida concretezza, aveva dovuto ammettere che una parte capricciosa di sé non aveva ancora rinunciato alla speranza dell’immortalità.
Stava per morire e non riusciva capacitarsene. Come un bambino che protesta con i genitori che lo vogliono mandare a letto mentre sta guardando i cartoni animati, sentiva la voglia di ripetere il mantra ossessivo che invoca “ancora un momento,  ancora solo un momento”.
Ma quel momento, per quanto fortemente egli lo bramasse, non gli fu concesso.
E con l’arresto secco del cuore, tutti gli eventi della sua vita gli si ripresentarono alla mente, concentrati e mescolati in un unico istante insopportabilmente denso.
Non immagini distinte come quella volta che alzò la gonna alla sua compagna di classe Marisa, la tensione il primo giorno di lavoro, l’emozione provata quando aveva preso in braccio suo figlio appena nato, o quel particolare pomeriggio di un autunno di tanti anni prima in cui aveva visto un barbone raccogliere una frittella cadutagli per strada e mangiarla in un sol boccone, senza scomporsi.
Nulla in cui lui potesse districarsi e a cui potesse trovare un senso.
Qualcosa, piuttosto, di simile a una mistura ottenuta schiaffando tutti gli ingredienti della dispensa in un mixer e frullandoli assieme in una sbobba indistinta.
Qualcosa come quellavoltachealzòlagonnaallasuacompagnadiclasseMarisalatensioneilprimogiornodilavoro
lemozioneprovataquandoavevapresoinbracciosuofiglioappenanatooquelparticolarepomeriggio
diunautunnoditantianniprimaincuiavevavistounbarboneraccogliereunafrittellacadutagliperstradae
mangiarlainunsolbocconesenzascomporsi.
E insomma, era tutto così confuso che andò a finire che non ci capì niente.
Fu tale il sovraccarico emotivo, che morì così, con un’espressione di deluso stupore inciso con un temperino sulle rughe del volto, incapace di mettere un po’ di ordine nelle stanze confuse della sua vita. Questo, e poi il fatto che nell’uscire di scena si cagò addosso.

Postfazione (Si muore soli)

Al suo risveglio, si ricordava soltanto di essere morto.
Non si rammentava come. Non si rammentava dove. Né quando.
Non si ricordava nemmeno chi fosse, il suo nome, la sua identità. Se avesse vissuto una vita triste, serena oppure travagliata. Se si fosse sposato, avesse avuto dei figli, o anche solo dei genitori, dei fratelli o degli amici.
Eppure, era assolutamente sicuro di essere morto.
E, per quanto ne sapeva, doveva essere morto da solo. Si muore sempre soli, pensò.
Riprendendo conoscenza, si era ritrovato in quel deserto immobile, circondato da dune di sabbia fino all’orizzonte. E così, non sapendo che fare, aveva cominciato a camminare in una direzione a caso. Del resto, non gli sembrava che da una parte o dall’altra ci fosse qualche differenza.
Era andato avanti affondando i piedi nella sabbia per chissà quanto tempo – sempre che di tempo si potesse parlare dopo la morte -, tanto da convincersi che quel deserto fosse infinito. D’altronde, era probabile che non avesse nemmeno senso parlare di spazio, una volta tirate le cuoia.
Eppure, a un certo punto la sabbia era finita, dopodiché era cominciata la steppa. Anch’essa statica, smisurata, indefinita. E anche lì aveva deciso di non avere altra scelta a disposizione se non di continuare a camminare, non tanto perché una qualche forza lo costringesse a farlo, ma per il semplice motivo che non aveva nient’altro da fare.
Dopo la steppa, era stata la volta delle colline. E dopo le colline del bosco.
Il bosco aveva lasciato spazio a una pianura verdeggiante, ma anche in quella distesa, come in tutti gli altri luoghi che aveva attraversato, non aveva trovato il minimo segno di vita. Non un mammifero, non un uccello, non un insetto. Figurarsi un essere umano.
Certo, c’erano le piante. Ma pure loro, come la sabbia e le pietre del deserto, se ne stavano perfettamente immobili, come se fossero state cristallizzate e incollate in quello scenario alienante da una mano gigantesca e beffarda.
Come se fossero finte.
Il che lo portò a meditare sulla natura stessa di quell’esperienza, che da subito egli aveva collocato al di là della morte.
Riflettendoci seduto su un prato, si rese conto di come ci fosse, in effetti, un’ipotesi più probabile. Lui non era ancora morto morto. Piuttosto stava morendo. In quel preciso istante, che magari alla sua coscienza appariva incredibilmente lungo e ricco di avvenimenti, ma in realtà non corrispondeva ad altro che a un battito di ciglia.
Anche perché altrimenti non si sarebbe spiegata tutta quella faccenda. Se fosse già morto, i suoi collegamenti neurali si sarebbero interrotti, e con essi sarebbe venuta meno la possibilità di pensare e provare sensazioni.
In sostanza, si convinse alzandosi e riprendendo il suo inutile cammino, tutta quella esperienza non era che un profondo stato allucinatorio indotto dall’esperienza subitanea del trapasso.
Comunque stessero le cose, la sostanza non cambiava: già morto o quasi morto, in breve il risultato sarebbe stato lo stesso, e lui non poteva far nulla per impedirlo.
Abbattuto da questa constatazione, arrivò sul ciglio di un burrone che tagliava la pianura di netto. Non sapeva se sentirsi sollevato o interdetto, perché dentro di sé si era convinto che il suo cammino sarebbe andato avanti per sempre, in una sorta di eterno purgatorio di passi privi di senso. Ma non appena si sporse e vide il vuoto indiscriminato dentro cui affondava il paesaggio, fu assalito da un violento senso di nausea.
Si rese conto solo allora che attorno a lui era calato un buio di cotone che aveva inglobato tutto quanto.
Sentì le gambe cedere, mentre il suo corpo, o forse il semplice simulacro di quello che una volta era il suo corpo, cominciò a oscillare, come in preda a una vertigine interiore. Guardando di nuovo sotto di sé, si convinse che se fosse caduto in quel baratro, si sarebbe perduto per sempre.
Non lo aspettava la pace, non lo aspettava nemmeno una fine truculenta, ma una semplice discesa nel nulla, in eterno.
Cercò di recuperare l’equilibrio, ma si accorse con terrore di non avere più le forze per impedire alle gambe di squagliarsi su se stesse e farlo precipitare.
Stava per cadere.

Nel buio.

Quando sentì una mano afferrare la sua e stringerla, tenendolo in sospeso sullo strapiombo.
Una mano.
Appeso per un niente sopra il vuoto, in un equilibrio disperatamente precario, si voltò per vedere chi lo stesse salvando dalla caduta. Era buio, per cui non riuscì a riconoscere chi si celasse dietro la figura scura china su di lui, con i piedi ben piantati sull’orlo del burrone.
Ma si rammentò di un particolare. Di un unico, confuso ma determinante particolare della sua fine.
Non era morto solo. O almeno non del tutto.
Mentre stava morendo, si ricordò, qualcuno gli stava stringendo con forza la mano.