Io volevo fare il pinguino

penguin

Di recente mi è tornato alla mente un altro mio trauma infantile legato al periodo dell’asilo, che vado testé a riportare.

Periodo invernale, i corridoi dell’asilo vengono scossi dalla notizia di una Grande Recita di Natale. Soggetto: l’Arca di Noè. Radunati i bambini, gli insegnanti chiedono a ognuno l’animale che si desidera impersonare nel corso della rappresentazione. Si va in ordine alfabetico al contrario (ordine analfabetico?), quindi io, in quanto Agustoni, finisco in coda.

Tutti quanti i bambini vogliono interpretare i classici animali servi del potere, chi il cavallo, chi il cane, chi il gatto, chi il leone… insomma, la solita zuppa. Attendo un po’ annoiato il mio turno, poi, quando vengo chiamato in causa, guardo gli educatori con aria di sfida e proclamo: “Io voglio fare il pinguino!”.

Gelo in sala. Gli insegnanti si guardano imbarazzati. I piccini fremono intimoriti. Nessuno aveva mai osato tanto. Nessun altro voleva fare il pinguino. Passato il momento iniziale di stupore, gli adulti recuperano il tradizionale aplomb e restituiscono la provocazione al mittente. “No, il pinguino non lo puoi fare perché sei l’unico. Tutti gli animali devono essere a coppie. Tu farai la foca”.

Ci rimango malissimo. Lì per lì vorrei provare a protestare, ma gli insegnanti vanno oltre e non mi lasciano il tempo di ribattere. Perché, mi chiedo? Perché non hanno voluto che facessi il pinguino? Non mi è occorso molto per capirlo: avevano paura. Paura della Diversità. Paura della Devianza. Paura dell’Indipendenza di pensiero.

Non potevano permettere che un pinguino anarchico e beffardo si aggirasse per il loro asilo popolato di amichevoli rinoceronti e tigri innocue. Non potevano permettere che in tante giovani testoline si insinuasse il dubbio che sì, un’alternativa esiste. Il colpo è ancora peggiore perché i miei genitori sono delle persone comprensive e io so bene che loro non si sarebbero opposti. “Vuoi fare il pinguino? Ma certo, l’importante è che tu sia felice”.

In ogni caso, ingoio il rospo (che tra l’altro fra gli animali in cartellone non c’era, figurarsi se Noè salva un animale brutto e viscido) e fingo di adeguarmi. Il giorno della recita indosso il mio completo da foca e sfilo assieme agli altri bambini. Prestarmi a quella pagliacciata è un’umiliazione, tanto più che il mio collega foca mi affianca con un sorriso beota sul viso. Del resto la foca, con quella stupida palla che rimbalza sul naso a uso e consumo degli spettatori del circo, è il simbolo stesso del servilismo.

Dicevo, mi presto al gioco, mi vesto da foca, ma dentro rimango pinguino. E covo rancore. Perché per me quello è stato un tentativo di negare la mia identità, di uniformarmi alla massa, di annegarmi nella conformità. Ma quel tentativo non è riuscito. E ancora oggi io mi sento Pinguino in un mondo di foche. È per questo che, quando troverò un modo poco faticoso per farlo, sarò costretto a distruggere la Terra. È così che nascono i villain: bulleggiati da una società che non vuole accettarli. Ma un giorno la pagherete. La pagherete tutti… BWAHAHAHAHAHAH!

Grande cielo!

Ragazzi, non dimentichiamoci che oggi esce Big Sky, Empty Road, secondo album dei miei amicicci Pocket Chestnut, per i quali tra l’altro ho realizzato delle prestigiosissime spillette che potete acquistare ai loro concerti. Al link potete già ascoltarvi il disco, innamorarvi della loro musica e spedirgli secchiate di danaro via fax.

Scritti soffritti n.12


Once again, gli Scritti Soffritti, ovvero quegli articoli che ultimamente mi sono goduto in maniera particolare. Vai con l’elencone!

Voglio vederti mangiare / Una questione di(s)gusto – Va bene, questi sono due articoli in uno. Ma del resto sono usciti per lo stesso magazine e trattano entrambi di robe strane sul cibo. Il primo parla del Meok Bang, la moda sudcoreana di guardare la gente in streaming mentre si abbuffa, il secondo di prelibatezze schifide tipo il durian, il balut e il kopi luwak. Gnam!

G.A.I. – Il Generatore Automatico di Interviste inventato per Outune. Di che si tratta? Beh, dell’accessorio indispensabile per ogni giornalista musicale sfaccendato che non ha voglia di andare a fare un’intervista, perché tanto sa che non ce n’è bisogno: domande e risposte sono sempre le stesse!

Sapessi com’è strano sentirti uno jedi a Milano – Reportage con foto e interviste dall’inaugurazione della mostra su Star Wars che si è tenuta al Museo del manifesto cinematografico di Milano, durante la quale si sono esibiti alcuni performer specializzati in combattimenti jedi.

I segreti dello Skylander perfetto – Intervista a Guha Bala, fondatore e presidente di Vicarious Visions, che racconta quali sono gli ingredienti per ottenere un personaggio perfetto per la serie di action figure/videogiochi distribuita da Activision.

101 eBook Gratis

101_ebook_gratisIn questi giorni sono finito qui dentro. O meglio, ci è finito uno dei miei libri, ovvero Come un dinosauro in un bicchier d’acqua, che è stato incluso in 101 eBook gratis (oltre a questo) di Gianluigi Bonanomi, che ha radunato in un eBook (come suggerisce il titolo) gratuito (come suggerisce il titolo) 101 ebook gratuiti (come dice il titolo) che vale la pena scaricare.

E questo non può che farmi piacere. Anche perché nel mucchio ci sono libroni notevoli di scrittori e fumettisti affermati. Ho pure cominciato a scaricare un paio di ebook di cui non avevo mai sentito parlare e devo dire che mi sembra tutta roba buona. Questo per dire che Bonanomi ha stilato una lista con tutti i crismi, mica mettendoci dentro libri a caso. E poici ha ficcato pure il mio, di libro, quindi significa che è una brava persona, che ha a cuore i casi umani. Minimo minimo che cerco di ricambiare il favore invitando voi, miei ventiquattro lettori (il venticinquesimo me l’ha fottuto il Manzoni) a scaricare l’ebook in questione. Tanto è gratis!

Doom

Ok, dai, a sto punto lo sapete: rubrica, Le Nius, ne pubblico un pezzo e poi, se ne avete voglia, leggete il resto sul sito. Ecc. ecc. Proseguiamo pure.

Schiacci il pulsante, si crea un collegamento.

Un collegamento casuale, non cercato né voluto, ma dettato dall’entropica connessione globale, per cui la realtà è un aggrovigliato insieme di cavi elettrici, lungo i quali gli impulsi viaggiano secondo percorsi imprevedibili. Il settimo pulsante avvia un vecchio pc.

Ogni tanto penso a Doom. È più forte di me, un po’ come ripensare occasionalmente a un cugino che non vedi da tempo, oppure a quella volta che con i tuoi amici avete tirato… no, vabbé, quello non si racconta. In ogni caso, di recente mi è venuto in mente Doom. Un titolo che a suo modo ha rivoluzionato non solo gli sparatutto, ma i videogiochi in generale. Un titolo che, al di là del suo finto 3D un po’ naif, aveva un vero, grande pregio: la Semplicità.

In Doom interpretavi uno space marine. Uno space marine senza nome, perché per menare gli alieni mica serve un nome. Lo stringatissimo background del gioco era grossomodo il seguente: degli scienziati hanno stronzeggiato un po’ troppo, ora è pieno di mostri orribili che vogliono invadere la Terra, tu vai e distruggili senza farti tante domande. Il che riassume anche il senso del gioco, perché tutto sommato quel che si deve fare in questo first-person shooter della id Software è andare avanti, indietro, a destra, sinistra, pigiare interruttori, cambiare arma, ma soprattutto sparare come un dannato.

Tutto ciò potrebbe sembrare limitante, lo concedo. Ma in realtà, è proprio il bello del gioco, in cui la tua più grande preoccupazione, oltre a rimanere vivo, consiste nel valutare se sia davvero il caso di tirare fuori il BFG 9000 e bruciare quaranta celle di plasma per falciare i maledetti imp che stanno per bersagliarti di palle di fuoco. È maledettamente rilassante. Non ci sono mezze misure. Non ci sono dilemmi etici. Si muove? Distruggilo!

[...]

Anteprima conigliosa

mondo_coniglio_01Non ho ancora deciso cosa farne esattamente, ma nell’attesa di capirlo, ho deciso di sputazzare fuori qualche pagina in anteprima del mio secondo romanzo, che in realtà ho finito di scrivere già un paio di anni fa, intitolato In un mondo di conigli. Si sa mai che abbiate un cugino desideroso di pubblicarlo e sommergermi di $$$ e £££…


0.

Mi sono svegliato da un sogno durato trentadue anni una mattina di primavera, o meglio del suo equivalente da queste parti.
Facendo due rapidi calcoli, è possibile stabilire che ho passato la stessa quantità di tempo a sognare che a vivere nella realtà. Lo stesso tempo a vivere su un immaginario pianeta Terra, così come su quella che è la mia vera casa, ad essa tanto simile, eppure in alcuni dettagli così differente.
Di solito, quando ti risvegli, gli avvenimenti dei sogni sfumano in fretta in una nuvola indistinta di immagini e suggestioni e, di contro, la realtà assume immediatamente caratteri solidi e concreti. Per quanto sconvolgenti possano essere i fantasmi che hai incontrato nel tuo vagare notturno, ti riabitui in breve alla vita di tutti i giorni. Il tempo indistinto del sogno appare subito irrilevante in confronto a quello lineare del mondo.
Per me invece non è stato così, e tutti i trentadue anni vissuti dentro al sogno, sebbene in realtà siano durati una sola nottata, sono pesati come gli altri trentadue trascorsi prima di addormentarmi. La realtà del sogno è diventata la mia realtà quotidiana, almeno finché non ne sono stato strappato bruscamente per essere riportato a una precedente esistenza che, fino al momento del risveglio, non mi sembrava altro se non una lontana allucinazione, ma che in pochi istanti mi è tornata alla mente in tutta la sua solidità.
Non che non mi piacesse, prima, la mia vita reale. Ma dopo tutto questo tempo passato a sognare un’altra esistenza, sento in maniera drammatica la mancanza di tutte le esperienze che ho vissuto, di tutte le persone che ho incontrato e amato nei miei trent’anni fuori dal mondo.
E allo stesso modo, tutti quanti gli affetti, tutte quante le situazioni che avevo lasciato qui a casa mia, per quanto le sappia autentiche e fin troppo reali, mi appaiono come distanti e fasulle, e questo mi lacera il cuore.
La prima cosa che ho visto al mio risveglio è stata una bella donna che mi baciava sulle labbra, e devo ammettere che non è stato poi così male. Mi ha accolto con uno splendido sorriso a trentasei denti, quattro in più di quanti me ne sarei aspettati fino a pochi attimi prima, e mi ha rivolto dolci parole in una lingua allo stesso tempo molto e poco familiare.
È proprio questo che non capisco: come mai io abbia sognato queste piccole, insignificanti incongruenze come una manciata di denti in meno, e non cose più assurde come che so, orridi mostri pelosi, uomini volanti o paesaggi lunari.
“Buongiorno, tesoro”, mi ha sussurrato stuzzicandomi i capelli con le dita.
È stato quando mi sono reso conto che non si trattava della bella donna che mi aspettavo di vedere una volta sveglio, ma di un’altra, per quanto altrettanto dolce e affascinante, che tutto quanto si è cristallizzato in un unico istante di agghiacciante verità.
Sono rimasto a fissarla terrorizzato, come se mi trovassi di fronte a una bestia feroce pronta a divorarmi.
“Cosa c’è, hai fatto un brutto sogno?”, mi ha domandato ridendo. “Dovresti vedere che faccia che hai”.
Non è stato affatto brutto, avrei voluto dirle.
Ma in un istintivo slancio di lucidità le ho risposto: “Sì… dev’essere stato solo un brutto sogno. Ciao, amore”.
E mentre morivo dentro ho ricambiato il suo bacio.

1.

Alzo la mannaia sopra la spalla e rimango a guardare il coniglietto bianco che, arricciando il naso seduto sul bancone, mi fissa stranito.
“Davvero non ti sei mai chiesto di che cosa sa?”, domando a Paolino.
Calo il colpo, la mannaia scivola liscia nella carne e si abbatte con uno “stoc!” sul pianale di legno.
“Ma sei impazzito?”.
Sollevo la bistecca e la rimiro soddisfatto mentre gocciola sangue sul pavimento. Anche il coniglio la rimira, non so se incuriosito o soltanto inconsapevole.
“Mi sentirei un cannibale!”, conclude.
“Ecco un buon taglio. Certo che questa partita di manzo è proprio tenera…”, commento.
“Dante, smettila di sventolare quell’affare in faccia a Fuffolo, che poi si impressiona! E soprattutto piantala con tutte ‘ste storie di mangiare i conigli. Ma da dove ti vengono?”.
Squadro Paolino nella sua divisa bianca su cui un pittore naif sembra aver spruzzato pennellate di acquerelli rossi e rosati. È piccolo. Quando l’ho rivisto per la prima volta dopo i miei trentadue anni di sogno, non me lo ricordavo così piccolo. Sarà alto a malapena un metro e sessanta.
Ecco perché lo chiamavo Paolino.
“Dai, cosa ci sarebbe di male?”, insisto. “Voglio dire… si mangia il manzo, si mangia il vitello, si mangia il pollo, il maiale… volendo si mangiano pure i cani e i gatti. Perché non i conigli?”.
Scuote la testa. Poi mi fa cenno col capo verso la porta: stanno entrando dei clienti.
È meglio che non insista, anche perché finirei semplicemente con lo scontrarmi con una delle inspiegabili differenze ontologiche tra il mio Sogno e la Realtà. I conigli non si mangiano. Cioè, non che da un punto di vista tecnico non si possano mangiare, o che siano meno buoni che nel Sogno (anche se questo, in realtà, per ora non ho ancora avuto modo di appurarlo). È anzi probabile, se non addirittura sicuro, che in tempi di guerra qualcuno si sia arrangiato a sopravvivere cucinando il coniglietto di casa. Solo che non si fa, fine della discussione.
“Buongiorno. Come posso servirvi?”, domando al signore e alla signora sulla sessantina che si sono fiondati al bancone, appoggiando le dita sul divisorio di vetro e perdendosi tra cotolette e salsicce come se non mangiassero da una settimana.
“Uh… ce l’avete del manzo macinato fresco?”, l’uomo si scrolla per primo dal suo stato di trance. “Sa, ci serve per fare la crudarola, quindi non vogliamo carne dei giorni scorsi…”.
Gli faccio cenno con la mano di fermarsi pure lì, che so io cosa ci vuole e cosa non ci vuole per loro, quale carne è buona da mangiare cruda e quale no. Dopotutto sono un macellaio.
Oppure no?
“Gliela trito sul momento. Più fresca di così…”, lo rassicuro.
Fa su e giù col capo soddisfatto, e per un istante mi fa venire in mente un cane sottoposto a uno stimolo pavloviano. Non mi stupirebbe vederlo sbavare.
Non è poi così male fare il macellaio, anche se dopo tutto questo tempo mi ero disabituato all’odore del sangue e delle interiora. È rilassante, non c’è molto da pensare. Certo, all’inizio mi ha fatto un po’ di impressione tranciare ossa di manzo o aprire fegati di maiale, ma poi mi è venuto tutto molto spontaneo, come se fosse qualcosa di innato e familiare.
“Dell’arista non la volete?”, gli fa Paolino. “È arrivata fresca fresca stamattina. Roba lombarda, del lodigiano. Tenete, ve ne taglio due pezzettini che la assaggiate”.
È piuttosto bravo coi clienti, Paolino. Forse va loro a genio proprio perché è così piccolo: non incute timore neppure con un coltellaccio in mano, non lo riescono a percepire come una minaccia. O forse  è solo che gli viene spontaneo trattare bene la gente, chi lo sa.
“Ma non ha paura il coniglietto, con tutto questo sangue?”, domanda apprensiva la signora mentre mastica il suo pezzo di arista.
“Oh no. Ci è abituato, lui”, la tranquillizza lanciandomi un’occhiataccia.
“Che cos’è?” prosegue lei incuriosita, “un White Scotland?”.
“Però, ha proprio occhio lei, non è vero?”, risponde Paolino a metà tra lo stupito e il compiaciuto. “Un White Scotland purosangue al 100% da oltre dodici generazioni. Sono dei conigli eccezionali, un pelo così morbido ce l’hanno in pochi”.
Quel coniglio gli è costato un occhio della testa. È stata la sua prima follia quando ha cominciato a mettere da parte un po’ di soldi, se si eccettua l’acquisto di quella partita di funghi thailandesi che non è mai riuscito a rivendere, perché sono marciti prima che trovasse abbastanza fattoni disposti a comprarglieli. E lì è anche finita la sua carriera di pusher improvvisato.
La donna assente carezzando il piccolo, batuffoloso Fuffolo.
“Io ho un Tlaloc grigionero. È una bestiolina lunga così”, fa segno con le mani a indicare un coso grande pressappoco quanto un melone.
“Ah, un coniglio dei vulcani… sono fantastici”, commenta il mio amico e collega.
Smetto di ascoltare, impacchetto la trita e la consegno al signore.
A dirla tutta, io non ho mai amato molto i conigli, se non arrosto con le prugne o con le olive nere. Anzi. A dirla proprio tutta tutta, i conigli mi sono sempre stati un po’ sul cazzo, tutti teneri e pelosi ma con quegli occhi vuoti da serial killer.
Nella Realtà, però, i cani non esistono se non allo stato selvatico – al pari di lupi e coyote – e i conigli sono i mammiferi da compagnia più diffusi su tutto il Pianeta. Non è che siano mancati i tentativi di addomesticare i lupi, in varie epoche della Storia, tanto che un’effettiva evoluzione verso i canidi moderni c’è stata. Solo che si è trattato di esperimenti che, quando i conigli si sono rivelati un avversario troppo ingombrante per lasciare un po’ di posto nel cuore degli uomini, sono stati del tutto abbandonati.
Pure i gatti vengono guardati con una certa diffidenza, in quanto nemici dei conigli, e vengono usati come animali da compagnia solo da pochi ricconi in cerca di un trofeo esotico da sfoggiare in società. E così, mangiarsi un leprotto è considerato un atto orrendo e brutale, un po’ come lo sarebbe stato mangiarsi un cagnolino per un abitante del mio Sogno, filippini esclusi.
“Ecco qui la sua crudarola fresca che più fresca non si può”, gli porgo il pacchetto cercando di mutuare i modi cordiali di Paolino.
“Quant’è?”.
Così come nel Sogno è avvenuto per i cani, così nella Realtà i conigli si sono evoluti attraverso un lungo processo di selezioni naturali e artificiali, che hanno portato a un fiorire di razze, tipi e varianti a seconda dei gusti degli essere umani. E questa è una delle Grandi Differenze.
Tra le conseguenze di ciò, niente Snoopy, Lassie, Scooby Doo, né tantomeno Rin Tin Tin.
Ecco cosa mi fa incazzare. Le discrepanze tra il mondo reale e quello che ho sognato sono tutte di questo tipo, particolari magari non trascurabili ma comunque irrilevanti. Nulla di significativo all’interno di una prospettiva esistenziale. Nulla di motivato dal punto di vista della mia esperienza di vita. Come se sapere che la gente adora i conigli invece che i cani cambiasse il senso delle cose.
“Ottomilaseicento. Faccia ottomila, và”.
Mi porge diecimila lire. Gli prendo il resto dalla cassa. L’Euro non è mai esistito, eccone un’altra.
Non c’è alcuna chiave di lettura spirituale, o almeno io non sono ancora riuscito a trovarla. E allora proprio non capisco. Proprio non capisco perché mi sono ritrovato a sognare tutte queste vaccate, questo mondo quasi uguale a quello vero, e perché non mi sono svegliato per trentadue fottuti, lunghissimi anni.
Mi soffermo un attimo di troppo a esaminare le banconote da mille lire, prima di risvegliarmi erano secoli che non ne vedevo più una. Nel Sogno sono bastati una decina d’anni per dimenticarle quasi del tutto e abituarsi agli euro.
“Che c’è, sono finte?”, scherza il signore.
Mi scuoto, accenno una risata farlocca e gliele consegno. Ci salutiamo entrambi. La signora saluta Fuffolo con un bacio sul naso. Fuffolo non dà segni di vita.
“Vedrai che torneranno, per l’arista”, mi fa Paolino e, quando vede che non rispondo, mi guarda preoccupato. “Dante, ti va se parliamo un attimo?”.
Lo so cosa mi vuole dire: si è accorto che mi comporto in modo strano. E non potrebbe essere altrimenti, perché per quanto tutti i dettagli della mia vecchia vita mi siano tornati alla mente nell’istante stesso in cui mi sono svegliato, con tutto il tempo trascorso di là non posso evitare di sentirmi ancora un po’ annebbiato. E poi c’è che tutto quello che mi è successo nel frattempo mi ha cambiato. È come se fossi due persone rinchiuse in una sola. Neanche due persone diametralmente opposte, tra l’altro, non è come in quei film in cui l’operaio e il megadirettore si scambiano il corpo e la vita. Tutto sommato, con le dovute differenze, macellaio uno e disegnatore l’altro, i miei due io non sono poi così distanti. Questo mi strazia: non sono più quello di trent’anni fa, ma non sono nemmeno quello che ero fino alla settimana scorsa.
Gli faccio cenno di sì col capo, ma la porta si apre di nuovo e ci interrompe.
Sgattaiola dentro una ragazzetta sui tredici o quattordici anni – anzi, più che ragazzetta sarebbe corretto dire ragazzona, vista la stazza -, con in testa uno strano cappello con due lunghe orecchie, si direbbe da coniglio.
Paolino le si rivolge subito in Modalità Clienti: “Ciao piccola, possiamo aiutarti?”.
Lei si guarda attorno circospetta. Ha un corpicione a pera che termina su due gambette a stecco, e i pantaloni stretti e a vita bassa che porta in ossequio alla moda giovanile accentuano l’effetto comico, alterando ancora di più la sproporzione tra il sopra e il sotto. Comincio a credere che, con quel cappello in testa, da lontano possa davvero assomigliare a un enorme, sgraziato coniglio.
“Uhm… è tutto a posto?”, le domanda Paolino.
La ragazzona lo degna della sua attenzione, ma ancora senza rispondere procede a passare in rassegna il bancone delle carni. Poi si decide a parlare.
“Mi servono tre bistecche di manzo belle alte. Bistecche di quelle buone, mica suole di scarpa che poi devi stare mezz’ora a masticare. Sono per mia nonna, e se non sono buone poi si arrabbia con me. Mia nonna non scherza quando si…”. È come aprire una bottiglia di Coca Cola dopo averla scossa, un getto continuo. Almeno finché non si accorge che la stiamo fissando con gli occhi sbarrati, al che torna a essere circospetta. “Ehm… sì, tre bistecche insomma”.
Paolino alza le sopracciglia divertito, poi afferra un pezzo di manzo bello ciccioso.
“Tre bistecche «di quelle buone» per la signorina”. Ci scambiamo un sorrisetto. “E senti un po’, qualcosa mi dice che tu hai una vera passione per i conigli, non è vero?”.
Lei lo guarda interdetta.
“Sì, voglio dire, altrimenti non porteresti mica quello…”, accenna con gli occhi al copricapo con le orecchie.
La ragazzona rivolge lo sguardo verso l’alto, come se fino ad allora non si fosse accorta di avere un cappello assurdo in testa.
“Ho qui qualcuno che ti starà sicuramente simpatico”, continua Paolino senza aspettare risposta. Posa la carne, si asciuga le mani dal sangue su un canovaccio e si china a recuperare Fuffolo che nel frattempo si era messo a scorrazzare tra i salami accatastati sotto il bancone. Dopodiché solleva il bianconiglio tra le mani e glielo schiaffa dritto sul viso, a pochi centimetri dal naso.
Fuffolo la guarda impassibile, arricciando le narici. Lei sgrana gli occhi e impallidisce, come se Paolino le avesse appena messo davanti il cuore aperto e sanguinante di un bue.
Per alcuni istanti sembra inspirare, come se volesse prendere parola o forse soltanto non morire soffocata da una crisi d’asma. Poi, veloce come una lepre inseguita da un grizzly, si fionda verso la porta e schizza fuori rischiando di schiantarsi contro un tizio che passava per strada.
Dalla vetrina la vediamo allontanarsi per la via senza nemmeno voltarsi indietro.
“Ehi, hai dimenticato le tue bistecche «di quelle buone»!”, le urla dietro Paolino con una battuta a mio esclusivo uso e consumo.
Ci guardiamo di nuovo.
“Tipa strana, non trovi?”, mi fa il mio amico.
“Già. Ma per qualche strano motivo mi ispira simpatia”.
“Secondo te che le è preso?”.
“Non lo so proprio, forse è solo un po’ timida. Senti, mi stavi dicendo…”, decido di riprendere il discorso interrotto. Del resto non ha senso evitare la questione, prima o poi mi ci dovrò per forza di cose scontrare.
Lui sembra pensarci su un istante. Poi mette giù Fuffolo e fa cenno con la mano di lasciar stare.
Mi sorride. “Oh, non fa niente… non è nulla di urgente”.