Nuovo ebook gratis: Vampiri

Vampiri

Ed eccolo qui anche come ebook gratis, Vampiri. Che non spaventatevi, mica è un libro intero, è solo un racconto lungo che non vi porta via troppo tempo. E a dirla tutta non fa nemmeno tanta paura, a dispetto del titolo. Spero che vi piaccia, che io ci voglio bene.

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Vampiri

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Nuovo racconto lungo… dopodiché ho esaurito le scorte!

Il Ragazzo non voleva rassegnarsi a soffocare quella nottata sotto il cuscino, per cui si fermò davanti al portone e tornò sui suoi passi. Non riusciva proprio a tollerare l’idea di tornare a casa di sua zia così sobrio.
Decise che avrebbe trovato un baretto aperto, o anche un semplice chiosco, così da rendere la situazione appena più accettabile. Ma non sarebbe stata un’impresa facile, a quell’ora di notte e in quella città implosa su se stessa, per cui si rassegnò a farsi una lunga camminata.
Come al solito, aveva sottovalutato il freddo che alla sera striscia fuori dalla sua tana e si avvinghia attorno agli sventurati che escono senza giacca, penetrando nelle maniche dei golf e nelle gambe dei pantaloni e spandendo il proprio fluido mortale su ogni briciola di pelle, spingendosi di tanto in tanto fin nella biancheria intima, con effetti opposti sui genitali maschili e i capezzoli femminili. Il Ragazzo si strinse nella felpa e sollevò il cappuccio giusto in tempo per opporre resistenza all’ennesima sberla di vento.
I lampioni, alcuni funzionanti, altri rotti ormai da tempo, punteggiavano la strada in maniera irregolare, più o meno così:

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Fu mentre il Ragazzo era immerso in una di queste pause buie, che intravide nella luce due silhouette che gli apparvero tristemente note. Non era difficile, così a tarda notte, ricollegarle ai loro legittimi proprietari, che in quella città chiunque fosse solito oltrepassare orari ragionevoli ben conosceva.
Si fece tutt’uno con l’oscurità, aspettando che i figuri gli passassero affianco senza notarlo.
Non si era sbagliato, constatò mentre questi si allontanavano ciondolando da destra a sinistra come due pendoli molli: erano proprio loro. In tutti i bar della zona erano conosciuti come il Gatto e la Volpe, per via che giravano sempre in coppia. Ma a dirla tutta, c’era chi gli riservava nomignoli molto meno generosi, anche se in quel momento al Ragazzo non venne in mente quello che erano soliti usare i suoi amici.
Uno dei due, ben stazzato, con i capelli biondi cotonati e il naso grande come una pera, girava sempre con gli stessi pantaloni rosa salmone e lo stesso cardigan blu sformato, in qualunque stagione dell’anno. L’altro, smunto e con il volto graffiato da trascorsi tossici, con i primi freddi si affogava in un giaccone che sarebbe stato largo anche al suo socio e non ne usciva più fino alla primavera.
Di giorno li si poteva trovare a scroccare caffè corretti nei bar, dove chi li conosceva li evitava come la peste. Di notte, diventavano improvvisamente generosi e condividevano le loro stupefacenti fortune con qualche ragazzetto sprovveduto, si mormorava in cambio di favori sessuali o nella speranza che questo collassasse e non fosse in grado di opporre resistenza. Maschi o femmine, si diceva che per loro non facesse una grande differenza.
Il Ragazzo si imbatteva spesso in quei due, in pausa dal lavoro in magazzino o durante i pomeriggi a perdere tempo al bar. Ma il più delle volte era riuscito a passare inosservato e comunque nel complesso non gli aveva offerto più di quel paio di bianchini oltre i quali correvi il rischio di essere considerato un loro fornitore ufficiale, dopodiché ti chiedevano da bere tutte le volte che ti vedevano.
Ma da solo, in piena notte, non gli andava proprio di affrontarli. Quando li incrociava a zonzo sul lungocanale, a un concerto in un centro sociale o ancora a un qualche dj set fighetto – i due non erano schizzinosi, nel cercare compagnia e nel procacciarsi le prede – erano quasi sempre alterati e logorroici, al limite dell’aggressivo. Finivano spesso con il battibeccare con qualcuno e in un paio di occasioni erano anche stati presi a botte. Ma si diceva che poi, a modo loro, avessero trovato il modo di vendicarsi.
Quando fu sicuro che si trovassero ormai fuori portata, Ragazzo riprese il cammino, meno baldanzoso di pochi attimi prima. Ma non poteva permettere che quei due balordi ostacolassero i suoi propositi di risollevare la serata con un’onesta sbronza. Se la meritava. Si dava da fare tutta la settimana. Quando c’era da lavorare, lavorava. E quando non lavorava, dava spesso una mano in casa di sua zia. Un po’ di svago a buon mercato se lo doveva concedere, che diamine, altrimenti sarebbe uscito matto nel giro di poco.
Rimbalzò come la biglia di un flipper per alcune vie laterali. In una stradina buia avvertì delle presenze vaporose come fantasmi strisciare tra le automobili parcheggiate, accompagnate da un flebile tintinnio che cessava ogni qual volta queste si arrestavano dietro le macchine. Con un sibilo sputavano sui muri le lettere del loro antico linguaggio, lasciandosi alle spalle una nube che bruciava in gola. Niente di cui preoccuparsi, pensò il Ragazzo, a patto di non interferire con il loro rituale.
Sbucato fuori dal vicolo, intravide un bagliore promettente nel mezzo dell’oscurità vischiosa. Proveniva da una casupola incastrata nel boschetto di un’isola spartitraffico, attorno alla quale gli insetti umani ronzavano molesti, attirati dall’odore grasso della carne alla griglia. Continua a leggere

Cronache del Bar di Passaggio – Ep. 6

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E dunque eccolo, il sesto e ultimo episodio delle Cronache del Bar di Passaggio…

Episodio 6 – Locuste

Mi piacerebbe che ci fosse un modo carino di mettere le cose. E che la situazione non risultasse così dannatamente sgradevole. Davvero, se potessi spiegherei di persona a questi quattro energumeni che, a dispetto delle apparenze, è tutto sotto controllo. E che c’è un’ottima motivazione per cui il cervello del loro capo non è all’interno della calotta cranica, ma spalmato per tutto il pavimento in lucido alluminio dello Space Trip leis… oh, al diavolo. Del Bar di Passaggio.
“Capo!”, uno degli scimmioni si rivolge a Mister Blueberry.
Mister Blueberry, dal canto suo, non risponde. Ma, va detto a suo discapito, non per maleducazione.
“Che cosa gli avete fatto?”.
Ecco, il punto è che non c’è un modo carino di mettere le cose.
“È… scivolato e ha battuto la testa contro il tavolo di legno?” prova a buttare lì Nicoletta, senza che si capisca se la sua sia una domanda o un’affermazione.
“Voi… oh, questo non va bene. Questo non va affatto bene!”. I quattro gorilloni si fanno prendere dal panico. E, fidatevi, non c’è niente di peggio di quattro energumeni ben armati in preda a una crisi isterica. “Mister Muffin andrà su tutte le furie!”.
“Oh. No. No no no no no”. Si affretta a smentire Nicoletta, agitando le braccia. “Se gli spiegate come sono andate le cose. Se gli spiegate… ecco, che lui è scivolato e che ha battuto la testa contro questo tavolo di legno che non si sa da dove sia spuntato, sono sicuro che non si arrabbierà con voi”.
“State… state dicendo che un tavolo di legno gli ha aperto in due la testa?”, piagnucola uno dei quattro.
Sbattipapere, che fino a quel momento aveva preferito mantenere una strategia all’insegna del no comment, si decide a sua volta a intervenire: “Per tutti i gibboni in fricassea, è andata proprio così! Roba da non credere. Avreste dovuto vedere come gli è schizzato fuori il cervello quando ha picchiato contro lo spigolo”.
“Ma… ma…”. Ribatte un altro gorillone, con il groppo in gola. “Il tavolo non è… il tavolo non è sporco di sangue”.
“Ah” commentano all’unisono Nicoletta e Sbattipapere, voltandosi verso il tavolo e constatando che il loro piano d’azione presenta una falla.
“Come lo spiegate, questo?”. Un terzo gorillone punta l’indice contro il tavolo di legno. Peraltro di un gran bel legno, l’ho già detto?
“Iooo… eccooo…” Nicoletta dilata le vocali allo spasmo, nel tentativo di prendere tempo, “l’ho pulito con lo straccio, ma certo!”.
“E perché non hai pulito anche il pavimento?”.
La conversazione sta assomigliando sempre di più a un interrogatorio, fatto a dir poco sgradevole e, se mi è consentito dirlo, anche un filo maleducato da parte di quattro gentiluomini che invece di perdere la calma, dovrebbero cercare di risolvere la questione nel più ragionevole dei modi. Ovvero bevendoci su e dimenticando l’accaduto.
Purtroppo, a scaldare ulteriormente gli animi interviene il lento (di movenze ma ancor più di testa) Jorg, il venditore di pietre, che se ne torna dal magazzino sventolando davanti a sé il sasso ancora insanguinato.
“Ehi, non è che qualcuno ha uno straccio da prestarmi? Non riesco proprio a farlo venire pulito”.
“È stato lui!”.
“Ne ho abbastanza: facciamoli fuori tutti!”.
“Vendichiamo Blueberry!”.
“Ehi, non trovate curioso che quel sasso sia sporco di sangue?”.
I quattro gorilloni fanno scattare le sicure delle loro armi e prendono la mira chi su Jorg, chi su Nicoletta e chi su Sbattipapere. Quasi ci rimango male quando mi accorgo che nessuno di loro si degna di prendermi in considerazione.
In ogni caso, tralasciando i protagonismi, mi si permetta di dire che la situazione è davvero disperata, di quelle dove un solo secondo ti separa dalla morte certa, ma essendo uno soltanto allora è anche il primo, il che rappresenta una contraddizione in termini, per cui ti rendi conto all’improvviso che tutta la tua vita non ha mai avuto senso.
Il calore dei polpastrelli degli energumeni entra in contrasto con il freddo dei grilletti metallici. Le loro dita devono esercitare solo una minima pressione, perché tutti noi, salvo per il momento il sottoscritto, visto che nessuno sembra ritenermi una minaccia, ce ne andiamo sparati al creatore. Basterebbe il movimento di pochi, microbici muscoli per porre termine alle avventure personali dei miei tre amici e scrivere la parola fine sul più o meno verboso libro della loro vita.

Fine.

Non è vero, sto scherzando. Ma ci siamo quasi, sul serio. È davvero una questione di picosecondi, o poco più. Queste brave persone stanno per schiattare, crepare, tiare le cuoia, lasciarci le penne, rimetterci la pellaccia, esalare l’ultimo respiro, insomma in definitiva morire, quando però succede che.
Dico così perché non è facile spiegare cosa accada esattamente. È un po’ come se la stessa Madre Terra, dopo eoni a cercare di trattenersi, avesse mollato una monumentale scorreggia. Non una di quelle infide e soffuse, bensì di quelle tonanti e sincere che ti smuovono le chiappe e ti fanno vibrare dalla testa ai piedi, proprio come ora si sta scuotendo dal tetto alle fondamenta il Bar di Passaggio, in preda a un tremito demente che ci sbatte tutti gambe all’aria, gorilloni compresi.
La botola in cui si erano avventurati i due Pitko si spalanca di schianto, proiettando in aria la cassa con cui avevamo tentato di nasconderla. Dal sottosuolo centinaia di cosi verdastri cominciano a schizzare come palline impazzite, rimbalzando da una parete all’altra e cercando disperatamente l’uscita.
Alcuni si schiantano così forte contro le mura e la mobilia del Bar di Passaggio, da accartocciarsi al suolo con un croc patatinesco. Altri ancora incrociano nella loro traiettoria impazzita gli astanti, costringendoli a rannicchiarsi in posizione fetale per non essere messi al tappeto dalle continue collisioni. I sopravvissuti, tra un rimbalzo e l’altro, riescono a guadagnare la strada per l’uscita, attraverso le porte automatiche che dallo spavento non osano più chiudersi.
Il pandemonio si placa di botto, più o meno come era cominciato, e quando finalmente possiamo uscire dai nostri ripari, riusciamo a capire di cosa si è trattato. Sul pavimento, agonizzanti, alcune locuste grosse come topi girano su se stesse, incapaci di raddrizzarsi e riprendere il volo.
I quattro gorilloni, che si trovavano proprio sulla strada dello sciame verso la libertà, sono anch’essi riversi sul pavimento, mugolanti, e se non fosse per il quintale di troppo, sembrerebbero anche loro degli insetti in difficoltà.
“Per mille… per mille…”, Sbattipapere non è nemmeno in grado di trovare un’esclamazione adatta a descrivere il suo stupore.
“Ahio” si limita a commentare Grog, massaggiandosi i bozzi sulla zucca pelata.
Nicoletta, che finora non ha nemmeno osato spiccicare una parola, si fa pallida in viso e viene colta da una serie di spasmi, come se stesse vomitando. Poi si proietta in avanti e apre la bocca, per sputare fuori una locusta ancora viva, che seppur zuppa di saliva e leggermente stordita, riesce a trovare la via d’uscita zigzagando sopra le nostre teste.
Così, era questo il contenuto della botola: locuste. Degno di un racconto della Bibbia.
Ma non c’è tempo per le considerazioni di carattere teologico, perché i gorilloni potrebbero riprendersi da un momento all’altro.
Conscio di ciò, Sbattipapere impartisce un ordine col dito a Grog, che senza bisogno di ulteriori spiegazioni raccoglie il suo masso e uno dopo l’altro, come se fossero scarafaggi appena un po’ più coriacei del solito, schiaccia i crani degli scagnozzi.
Nicoletta osserva lo spettacolo con la lingua di fuori per il disgusto, ma l’effetto è così involontariamente sexy che vorrei avere una Polaroid per scattarle una foto e trovarmela subito stampata tra le mani. Ma si riprende in fretta e, come se si trattasse di pulire dopo che un cliente ha rovesciato una birra sul pavimento, se ne va a recuperare secchio e ramazza nel retro.
Quando ritorna, Grog le fa cenno di fermarsi e le confisca la scopa.
“Grog lo ha fatto, Grog lo pulisce”, si limita a commentare.
Mentre lui ci dà dentro, ci sediamo tutti quanti al tavolo di legno e rimaniamo in silenzio ad aspettare chissà cosa.
Dopo una decina di minuti trascorsi a questo modo, con Grog che ha ormai quasi rimosso ogni rimasuglio di cervella da terra, sentiamo un rumore alle nostre spalle. Ci alziamo in piedi giusto in tempo per vedere Adrian e suo zio riemergere dalla botola, un po’ ammaccati ma tutto sommato ancora interi. Il vecchio ha una locusta morta impigliata tra i capelli spelacchiati, mentre per qualche motivo suo nipote non ha più un baffo.
Non appena si sono tirati su entrambi dalla scaletta e hanno richiuso il passaggio, si scrollano la polvere di dosso e si dirigono senza troppi convenevoli verso lo scaffale dei liquori.
“Ho davvero bisogno di una grappa” sussurra il vecchio Pitko, senza voce.
Adrian armeggia tra gli alcolici, poi dichiara sconsolato: “Temo che non ci sia più, la grappa. Qua vedo solo vodke alla frutta e cocktail in bottiglia. Sapevi che esiste una roba chiamata Bacardi Breezer?”.
“Blueberry diceva che la nostra dispensa non andava bene per i giovani. E così ha voluto fare – com’è che ha detto? – ah, sì, un restyling dei superalcolici”, si affretta a spiegare Nicoletta Waterloo.
“E adesso dov’è, questo idiota?”, domanda Sigmund Pitko.
Grog risponde indicando la pila di cadaveri che ha ammucchiato in un angolo.
“Oh, molto bene”.
I due si rassegnano alla vodka alla pesca e si siedono al tavolo.
“Tuoni degli abissi, sarà un lavoraccio rimettere tutto a posto, no?”, commenta Sbattipapere.
Adrian si guarda intorno, accigliato: “Già”.
“Ora come ora il Bar di Passaggio è una vera porcheria, non trovate?”.
“Già”.
“Ma comunque lo risistemerete, non è vero?”.
“Già”.
Sbattipapere afferra la bottiglia di vodka aromatizzata, la annusa con una smorfia disgustata e poi se ne serve anche lui un bicchierino.
“Beh, se mi assicurate che tornerete a servire la grappa, io vi darò una mano”.
“Anch’io vi darò una mano” chioccia Nicoletta, provocando un’erezione immediata in Adrian Pitko.
“Anch’io”, grugna Grog. Questa volta, però, nessuna erezione.
“Contate pure su di me”. La signora Krotalpanzer entra nel Bar di Passaggio e si accomoda con noi. Ha qualcosa di strano in volto. È qualcosa che non si coglie al primo sguardo, ma che pian piano diventa evidente. “Quegli sbarbati sono scappati a gambe levate appena hanno visto un paio di bestioline” proclama sdegnata, con il rossetto che slabbra su entrambe le guance.
Tutti quanti brindano con la vodka alla pesca, tranne il sottoscritto, perché davvero questa robaccia non la riesco a tollerare. Piuttosto divento astemio.
“Ho una domanda”, Nicoletta si rivolge al vecchio Pitko. “Perché ci avete chiesto di recuperare questo tavolo di legno?”.
Il proprietario del Bar di Passaggio si prende il suo tempo, prima di rispondere. Poi, terminato il suo secondo giro di vodka, sbuffa: “A essere sinceri, non lo so. Pensavo che avrebbe dato un tono all’ambiente”.
Rimaniamo a meditare in silenzio sulle sue parole.
“Beh, dannazione, avevi proprio ragione”, annuisce infine Sbattipapere.
“Ma… e mister Muffin non tornerà per riprendersi il locale?”, chiede Nicoletta.
Non credo proprio, se è vero, come ci spiega Pitko, che prima di rientrare nel Bar di Passaggio lui e suo nipote hanno sistemato alcuni ciuffi di rucola sotto i sedili del suo SUV. “Le locuste vanno pazze per la rucola. La fiutano a miglia di distanza”, racconta. “Per questo, quando ho capito che c’era sotto qualcosa, prima di lasciare la città io e Adrian abbiamo fatto un salto da un verduraio e ne abbiamo comprati un paio di chili”.
“Ma quelle locuste… che diavolo erano?”, insiste Sbattipapere.
In tutta risposta, il vecchio Pitko ci racconta di come è nato il Bar di Passaggio, così come il paesino che vi sorge intorno.
Risale tutto quanto ai tempi in cui si aggirava per le Terre Intermedie assieme al suo amico Toni, Barba Toni, il cui nome all’epoca non era ancora conosciuto come oggi. Quella fu una delle sue prime imprese: salvare il Paese dalle locuste che da alcuni anni divoravano fino all’ultimo stelo d’erba che cresceva in questi aridi territori. Per riuscirci, Pitko e Toni avevano scavato una grotta nel mezzo del deserto, che avevano poi farcito di rucola fresca e chiuso con una botola di ghisa. Dopodiché, erano montati a bordo di un apecar che gli era stato fornito dal governo, lo avevano caricato anch’esso della frizzante insalata e avevano cominciato a scorrazzare per le campagne circostanti. Nel giro di qualche giorno, un impressionante sciame di locuste si era ammassato nelle vicinanze, talmente fitto da oscurare il sole, e come se gli insetti facessero parte di un unico organismo senziente, erano partiti all’attacco all’unisono.
In una folle corsa per la loro stessa vita, Pitko e Barba Toni avevano attraversato il deserto sfrecciando a bordo dell’apecar, dandosi il cambio alla guida e rifornendo il serbatoio del macinino senza mai fermarsi. Una volta giunti al posto convenuto, con le prime locuste che si stavano ormai appiccicando all’automezzo, avevano inchiodato ed erano schizzati ad aprire la botola. Lì dentro c’era talmente tanta rucola – il prodotto di un intero anno di raccolto, messo a disposizione dai contadini di tutto il Paese come contributo alla causa – che gli insettacci si dimenticarono della stessa esistenza dell’apecar e si fiondarono avidi nella buca. Quando anche l’ultima di quelle bestie diaboliche fu sparita nel tunnel, Toni richiuse la buca di scatto, mentre Pitko la assicurò con ogni genere di sicure e lucchetti.
Da allora, le locuste sono rimaste chiuse – e a quanto pare sono sopravvissute e si sono riprodotte – all’interno della grotta, mentre le Terre Intermedie sono tornate a essere floride come prima, ovvero molto poco, dato che da un confine all’altro è tutto un deserto di sabbia e sassi.
Insomma, Toni e Pitko avevano salvato la popolazione dalla carestia. E mentre il primo si rimise subito in cammino verso le sue più note avventure, il secondo ricevette in dono dal governo le terre che sorgevano intorno alla botola. E che, ma questo è solo un mio sospetto, tutti gli altri evitavano come un ciccione sudato che puzza di formaggio.
“Ho costruito il Bar di Passaggio proprio sopra la botola” finisce di raccontarci il vecchio, “e ho venduto il resto delle terre a imprenditori avveduti come la qui presente signora Krotalpanzer. È così che sono diventato l’uomo di successo che vi trovate davanti in questo preciso momento”.
Seguono alcuni istanti di imbarazzato silenzio, in cui tutti quanti contempliamo un uomo in tuta, brutalizzato dal passare del tempo e che non più di qualche giorno fa si è fatto arrestare per aver cercato di socializzare più del necessario con una capra.
“Già. È fantastico”, è suo nipote Adrian il primo a rompere gli indugi. Poi cambia argomento: “Quindi sei proprio sicuro che Muffin sia sistemato?”.
Zio Pitko gorgheggia una risata. “Oh, ne sono convinto. A quest’ora le bestiacce avranno divorato il suo dannato macchinone, con tutto quel che c’è dentro, Muffin incluso. L’odore della rucola le manda davvero fuori di testa…”.
Si alza e si stiracchia, ma a metà si interrompe e si porta una mano al ventre.
“Sei sicuro di farcela da solo?”, gli domanda il nipote.
“Sono ancora in grado di andare in giro senza la badante”, ribatte piccato il vecchio.
“Ma no, non sto dicendo questo”.
“Che cosa intendi, allora?”.
“A far andare avanti il locale una volta che l’avremo ricostruito. Sei sicuro di farcela da solo?”.
“Beh, certo che no. Ci sei tu”.
“Va bene, ma… non pensi che ci possa far comodo un po’ di aiuto?”, Adrian la butta lì senza troppa convinzione.
Il vecchio sembra pensarci sul serio. Si concentra a tal punto, che quasi mi convinco che stia per mollarne una grossa. E le smorfie sul suo volto mi suggeriscono lo stesso. Ma no, non è così. O almeno, se è così Pitko è talmente abile da non darlo a vedere. D’altronde è un vecchio volpone, non mi stupirebbe che in tutti questi anni abbia imparato due o tre trucchi, in fatto di scorregge. Perché come se niente fosse rilassa i muscoli del viso, si volta verso il nipote e fa: “Sai che ti dico? Mi scoccia ammetterlo, ma credo che tu abbia ragione”.
“Davvero?”.
“Già”, conferma il vecchio. Poi si volta verso Nicoletta: “Ragazzetta, per caso hai da fare per i prossimi giorni?”.
“Chi, io?”.
“No, intendo quello grosso e pelato”, fa cenno verso Grog. “Ma certo che parlo con te, scimunita! Hai da fare o no?”.
“Io… n… no, ecco, credo di no” risponde Nicoletta, sempre più confusa.
“Bene, allora sei assunta”, fa Pitko allontanandosi verso l’uscita. Poi, prima di sparire dalla nostra vista, aggiunge: “Ma se ti ripresenti con quella divisa da meretrice, ti licenzio prima che tu possa dire «crostata di mirtilli»”.
Nicoletta Waterloo si volta verso Adrian Pitko, senza riuscire a trattenere un sorriso. Anche il gioppino ha le labbra ad amaca, tanto che il baffo rimasto punta verso le dieci.
Sbattipapere li osserva disgustato, poi sbuffa e se ne va anche lui, seguito a breve intervallo da Grog e dalla signora Krotalpanzer. All’interno del Bar di Passaggio rimaniamo soltanto i due piccioncini e il sottoscritto, tanto che per un attimo temo di ritrovarmi a fare da reggimoccolo. Per fortuna, però, Adrian guarda la sua nuova pollastrella – perché ormai, anche se non se lo sono detto, è evidente che lei sia la sua nuova pollastrella – e le fa: “Ti andrebbe di andare a fare due passi?”. Che poi per me è una pessima idea, perché col sole che c’è la fuori, minimo minimo ti pigli un’insolazione, a fare due passi. Però mi hanno sempre insegnato che a farsi gli affari propri si campa cent’anni, ragion per cui non commento nella speranza di vivere una vita lunga e ricca di soddisfazioni, o quantomeno priva di emorroidi. E poi lei non sembra affatto dispiaciuta dalla proposta, ma anzi la accoglie con un trillo eccitato. D’altronde non mi stupisce, perché da quando è qui, questa ragazza non ha mai dimostrato di avere molto sale in zucca.
I due si alzano dal tavolo di legno, si prendono per mano e si allontanano verso un radioso futuro a base di poppanti e pannolini sporchi.
Mi guardo intorno nella speranza che sia rimasta almeno una locusta a farmi compagnia, ma niente, se ne sono volate via alla ricerca di Muffin e della rucola che si trova sotto il suo culo. Non posso nemmeno consolarmi con la dispensa, perché al momento c’è solo della maledetta vodka alla frutta e dei cocktail in bottiglia che non userei nemmeno per sciacquarmi le chiappe.
Tutti gli altri se ne sono andati, ognuno con le proprie occupazioni, e io sono rimasto solo qui dentro. Un’altra volta.

Cronache del Bar di Passaggio – Ep.5

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Episodio 5 – La botola
“Lo sapevo, è troppo tardi”. Il vecchio Pitko imita il nipote e si toglie a sua volta il cappuccio, rivelando le sopracciglia intollerabilmente folte e il viso schiaffeggiato dagli anni. Dopodiché abbraccia con sguardo sconsolato prima quel che rimane del Bar di Passaggio, poi quel che rimane dell’abbigliamento di Nicoletta Waterloo, che definire succinto è un eufemismo. In effetti, la divisa assegnatale da mister Blueberry per fare colpo sul suo capo, mister Muffin, lascia ben poco spazio sia all’immaginazione, sia ai prosperosi seni della ragazza, tanto stretti nella canottiera di pizzo da sembrare sul punto di detonarla da un momento all’altro. “Il mio bar è già stato invaso dalle baldracche”.
“Lei non è una baldracca” si affretta a puntualizzare Adrian Pitko, “è Nicoletta. Nicoletta Waterloo. Le ho affidato il bar mentre ero via”.
Zio Pitko zoppica verso di loro. “Hai affidato il Bar di Passaggio a una baldracca?”.
“Veramente non si chiama più Bar di Passaggio, ma Space Trip leisure & fun discodancing”, si decide a intervenire la ragazza. Per aggiungere, mogia: “E poi non lavoro più qui. Sono stata licenziata”.
“Licenziata? E da chi?”, domanda il vecchio.
“Da mister Muffin. Il nuovo proprietario”.
Adrian Pitko, prevedendo un qualche tipo di reazione, si copre istintivamente il capo. Dopotutto suo zio ha in mano un bastone, e sa bene come usarlo. Ma il vecchio gestore del Bar di Passaggio si limita a drizzare la schiena ingobbita e a ridistribuirsi le rughe in viso in modo da assumere un’espressione indignata.
“Io sono il proprietario. E nessuno può decidere di licenziare qualcuno qua dentro all’infuori di me. Perciò rimettiti subito la divisa…”.
“Questa è la mia divisa” sussurra Nicoletta, inascoltata.
“…e fila subito dietro al bancone a lavorare!”, conclude zio Pitko.
Incapace di ulteriori proteste, la porno-cameriera torna alla sua postazione, dove si mette a lavare e asciugare i bicchieri sporchi in rispettoso silenzio.
È bello vedere che il vecchio non ha perso il suo carattere. Ed è bello che le cose siano tornate a essere, sebbene forse solo per un’illusoria parentesi, come un tempo. Sì, lo ammetto. Sarò anche un sentimentale, ma non ho paura di affermare che Sigmund Pitko mi è mancato. Sono sicuro che non tutti accoglierebbero il suo ritorno con il mio stesso entusiasmo, ma non me ne importa un fico secco. Sono un abitudinario, sparatemi se non vi piace. Ma con una pistola a salve, se possibile.
“E adesso veniamo a noi”, riprende.
Il problema, però, è che zio Pitko non è più il gallo del pollaio. C’è mister Blueberry, adesso. E sopra di lui c’è mister Muffin. Dubito che con il solo aiuto di suo nipote Adrian e di un paio di ubriaconi, il vecchio sia in grado di cambiare il corso delle cose.
“Nipote, è arrivato il momento di riprenderci quel che è nostro, non trovi?”.
Adrian gli rivolge uno sguardo prima preoccupato, poi complice, e infine non può trattenere una spontanea risata, perché sono sicuro che anche lui, nonostante il caratteraccio dello zio, sia contento di rivederlo all’interno del Bar di Passaggio.
“Per mille miliardi di scimmie urlatrici, che mi prenda un colpo se quello non è il vecchio Pitko!”.
Sbattipapere entra nel locale ancora vestito da maggiordomo, lasciandosi richiudere alle spalle la porta automatica nuova di zecca. Continua a leggere

Cronache del Bar di Passaggio – Ep.4

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Episodio 4 – Space Trip leisure & fun discodancing

L’uomo coi baffi entra in quello che un tempo era il Bar di Passaggio mentre non ho neanche un goccio di alcol in corpo per rinfrancare lo spirito.
L’unica mia consolazione, mentre vedo mister Blueberry ricoprirsi di sudore nell’istante stesso in cui varca le porte a fotocellula nuove di pacca poste all’ingresso, è la consapevolezza che il giorno in cui ha preso possesso del locale ci ha raccontato un mucchio di balle. Intendo quando ha proclamato pomposo che “da oggi in poi questo bar è solo mio“. Nel senso che non è affatto suo, bensì del suo capo, un certo mister Muffin, che per il momento non si è mai fatto vedere nei paraggi, ma tiene sotto controllo la situazione tramite continui collegamenti telefonici. E a quanto pare, per quanto non ci tenga a farlo vedere, ogni volta che mister Muffin chiama, il nostro Blueberry si prende una grandissima strizza.
Man mano che i giorni passavano e gli operai e gli sgherri che si affaccendavano in paese aumentavano di numero, le motivazioni di questo misterioso personaggio si sono fatte più chiare: Muffin ha disposto l’arbitraria confisca del Bar di Passaggio – atto con cui ha violato in maniera volontaria e irrimediabile una lunga serie di Leggi Costituzionali delle Terre Inoltrate e che, sono sicuro, porterà a una netta presa di posizione da parte delle autorità non appena qualcuno se ne renderà conto – con l’intento di trasformare il locale stesso in un discopub alla moda e, al contempo, il nostro beneamato paese in un paradiso dei giochi d’azzardo, con tanto di hotel, bordelli e casinò. Non che lo possa biasimare in toto, perché laddove gli altri non vedevano che un ammasso di ciottoli e ubriaconi quest’uomo ha colto del potenziale. Ma se c’è qualcosa su cui posso eccepire, è sul metodo, questo sì.
Tutto ciò, in ogni caso, spiega come mai da qualche giorno sia l’interno che l’esterno del bar siano stati pannellati con lastre di alluminio, in vista della svolta futuristica che lo porterà a chiamarsi – il fato ce ne scampi – Space Trip leisure & fun discodancing.
Non metto in discussione che il nuovo look a qualcuno possa anche piacere. È anzi probabile che i giovani del posto (per quanto al momento l’essere umano più giovane nel raggio di un centinaio di chilometri sia Nicoletta, che a mio parere non è poi così lontana dalla trentina) lo trovino gagliardo. Ma se c’è un’altra cosa su cui potrei avere da ridire, ecco, sono le tempistiche, perché ricoprire di pareti metalliche un locale posto nel bel mezzo di un deserto assolato prima di aver sistemato l’aria condizionata è una mossa a dir poco irragionevole, che fa presagire il peggio sul modo in cui sarà gestito il resto dei lavori. E soprattutto ci riconduce al motivo per cui mister Blueberry è oscenamente sudato, per quanto cerchi di mascherarlo passandosi ossessivamente il fazzoletto di stoffa tra collo e coppino, con buona pace del suo completo da gagà d’altri tempi. Continua a leggere

Cronache del Bar di Passaggio – Ep.3

Segue dall’Episodio 2. 

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Episodio 3 – Cappuccino

“Un…”. Nello spazio lasciato tra articolo e sostantivo, Nicoletta Waterloo decide di condensare tutto il suo sgomento. “…cappuccino?”.
Non aggiunge altro, ma anche da qui dietro, seduto a un tavolino in un angolo mentre sottopongo le mie budella alla tortura di un brandy irragionevole, sono in grado di captare il suo desiderio di sprofondare dietro il bancone e finire ingoiata dalla ghiacciaia.
A un avventore dell’ultima ora potrebbe sembrare una reazione spropositata. Ma non a un cliente abituale del Bar di Passaggio, il quale ben sa che in tanti anni di onorata attività nessuno si è mai spinto fino al punto di ordinare un cappuccino. Un… cappuccino. Basta anche solo sentire come la parola ti suona tra la lingua e il palato, per capire che si tratta di qualcosa di oltremodo sgradevole.
“È sicuro che non… non vuole piuttosto del whisky?”, balbetta Nicoletta in evidente difficoltà. “Oppure dei cocktail! Sono bra… ehm, ho imparato come si fanno alcuni cocktail”.
La sua definizione di “alcuni cocktail” include in realtà solo il gin tonic e il cuba libre, che Adrian Pitko le ha insegnato a fare in fretta e furia prima di partire alla volta della Città di Confine a bordo della moto confiscata a Mangiafaccia per andare a recuperare suo zio, imprigionato nel Carcere Federale in seguito a una non meglio precisata vicenda.
La decisione di affidare alle sole capacità di Nicoletta l’intero Bar di Passaggio dev’essere stata sofferta. Ma, come biasimarlo, tra tutti gli abitanti delle quattro baracche qua attorno, la piccoletta deve essergli sembrata l’unica persona in grado di gestire la clientela senza ricorrere alla violenza gratuita. E così, suo malgrado il giovane Pitko le ha consegnato le chiavi del locale, le ha impartito un’infarinatura rapida su come gestire la situazione e, lasciandola in preda a mille dubbi, ha indossato il caschetto di cuoio e gli occhiali da pilota di Mangiafaccia e scomparendo in un nuvolone di polvere è partito alla volta della Città di Confine.
Il temporaneo cambio di gestione, va detto, è stato accolto da più parti con benevolenza, non tanto perché il tasso di femminilità dello staff del Bar di Passaggio si è improvvisamente impennato, quanto perché Nicoletta Waterloo non possiede per sua stessa ammissione una mente matematica, e spesso e volentieri al momento di dare il resto sbaglia per eccesso. Mai per difetto, sempre per eccesso, forse perché il timore di restituire al cliente meno soldi del dovuto e di sorbirsi le conseguenti lamentele la induce sempre a esagerare nel consegnare la moneta. Fatto sta che da quando Adrian se ne è andato, Jorg sostiene di non avere più bisogno di vendere sassi per tirare a campare. Gli basta venire qui al Bar e ordinare robe a casaccio.
“La ringrazio per avermi delucidato sulle molteplici possibilità offerte da questo ameno locale” nicchia lo straniero seduto al bancone, “ma preferirei comunque un cappuccino”.
Nicoletta lo osserva per alcuni istanti, smarrita. Non è chiaro se a turbarla di più sia la sua caparbietà, oppure l’improbabile gessato azzurro con cui l’uomo ha deciso di sfidare la polvere e il Deserto di Passaggio. Ma, superato il cortocircuito emotivo che l’aveva messa fuori uso, si rimbocca le maniche e sfodera un sorriso più convincente possibile.
“Certo, un cappuccino” alza il dito al cielo, “mi dia solo il tempo di accendere la macchina dell’espresso e di farla scaldare”. Continua a leggere