Grim Fandango
settembre 29, 2008 at 7:09 am 5 commenti
Questo mio racconto del 2001 si ispira all’omonimo videogioco della Lucas Art, Grim Fandango, di cui riprende vagamente le atmosfere. Apparso per la prima volta sul Covo degli sbronzi, nella sezione A pub’s life, è stato in seguito pubblicato sulla rivista letteraria Prospektiva. Purtroppo, sul sito sono stato accreditato come Mauro Agustoni invece che come Marco Agustoni. Non sono mai riuscito a procurarmi una copia della suddetta rivista, ma è probabile che lo stesso sia avvenuto sul cartaceo, ragion per cui non sono mai diventato ricco e famoso. Moan.
Per nulla al mondo mi perderei la festa di Ognissanti di Izcurra. Per nulla al mondo.
Una volta all’anno nello sperduto paese di Izcurra vivi e morti si riuniscono per festeggiare Ognissanti e vi assicuro che non è possibile trovare tanta confusione quanta se ne trova a Izcurra, una volta all’anno. A Ognissanti.
Pensate che ogni anno, durante i festeggiamenti, muoiono centinaia di persone a Izcurra. Eppure continuano a festeggiare come se niente fosse. Ce ne sarebbero di storie da raccontare in proposito…
Come quella volta, qualche anno fa, in cui attraversai il deserto a dorso di un mulo soltanto per partecipare a quella festa pazzesca. Mi ero dato appuntamento con un mio amico, il serbo Stankovic, che non era mai stato a Izcurra a Ognissanti. Una mancanza imperdonabile, indubbiamente, perciò mi raccomandai affinchè si presentasse.
Capii che stavo arrivando in paese perché il mio mulo cominciò a decomporsi.
Giunsi alle prime case nel bel mezzo dei preparativi: bancarelle che venivano montate, striscioni e fiori, ma soprattutto botti e bottiglie di alcoolici spostate da una parte all’altra.
Sì perché, non so se ve l’ho già detto, ma una delle particolarità di questa festa è che si beve come dei porci. A tutte le feste si beve come dei porci, dite? E’ vero, ma mai come a Izcurra il giorno di Ognissanti, no di certo. Delle centinaia di persone che vi ho detto che muoiono ogni anno in questo giorno, beh, una buona parte è di coma etilico che ci rimane.
Oltretutto, se c’è un merito da riconoscere ai morti, è che reggono benissimo l’alcool. Sul serio. Voglio dire, possono bere litri del più laido e infame alcoolico del luogo e niente, sono lì ancora barcollanti e instabili. Proprio come erano prima di bere.
E se c’è un liquore che ai morti piace, è la tequila. Se anche a uno non piaceva in vita, da morto gli piacerà. E se già gli piaceva da prima, beh allora sarebbe disposto a fare qualunque cosa per un sorso di tequila.
Ma se c’è una cosa che i morti non sanno fare, è a cazzotti. Sono un po’ lenti di riflessi. Già. E poi perdono pezzi facilmente…
In ogni caso, vi stavo dicendo, arrivai in paese che ancora stavano preparando le coreografie e tutto il resto, quando vidi quella pellaccia scura del buon vecchio señor Alonso.
“Ehi, vecchio Alonso! Come te la passi?”
Puzzava già di vino, il vecchio Alonso, quindi credo piuttosto bene…
“Bene figliolo! Proprio bene!” rispose senza smettere di martellare su un’asse di legno “Sempre bene ad Ognissanti. E’ il resto dell’anno che non c’è un cazzo da fare, in questo dannato buco di culo…”
In effetti non si può dargli torto, Izcurra è proprio un mortorio durante l’anno. Cioè, lo è anche ad Ognissanti, ma in un altro senso…
“E si è già visto qualche cadavere desideroso di festeggiare?”
”No, non ancora. Ma arriveranno, non preoccuparti.” sputò a terra “Con il crepuscolo, come sempre…”
Il crepuscolo arrivò, e con esso in effetti arrivarono anche i primi morti.
Potevi vederli sbucare da sottoterra oppure uscire da vecchie cantine dove erano stati dimenticati l’anno prima; a schiere giungevano dal cimitero, sbraitanti e chiassosi, maledettamente desiderosi di divertirsi.
E la festa ebbe inizio.
Mentre una giovane band locale suonava vecchi successi dei Los Fabulosos Cadillacs, gran bei pezzi come “Calaveras y Diablitos” o che so io, vivi e morti, cadaveri freschi e scheletri antichi, uomini donne vecchi e bambini prendevano d’assalto le bancarelle e divoravano angurie trangugiavano stufati ingurgitavano pinte di birra e bicchieri di rhum gin vodka e tequila.
Ti ritrovavi magari davanti scheletri ingordi che si ingozzavano di salsiccie che appena masticate ricadevano a terra. O peggio, rimanevano incastrate fra le costole, e vedersi una persona con l’insalata frai denti è niente al confronto. Oppure li guardavi inseguire saltellando uno dei milleduecentosei cani di Izcurra tentando di recuperare una tibia rubata. Cose così, insomma…
Cominciarono le prime gare alcooliche e con esse, ovviamente, anche le prime scazzottate. Soltanto nelle prime due ore di festeggiamenti mi ritrovai coinvolto in sei risse. C’è un gran gusto a staccare le teste ai cadaveri già un po’ decomposti e lanciarle fra la folla: si incazzano di brutto.
Il livello etilico saliva inesorabile: fu così che padri premurosi finirono a brindare coi figli ai quali giusto il giorno prima avevano proibito di bere un bicchiere di vino. Quasi mi venne un colpo quando mi accorsi che stavo brindando con mio padre morto sedici anni prima.
Bevevo, mi divertivo e, ogni volta che guardavo mio padre, mi commuovevo.
Quando ,ad un tratto, mi accorsi che il mio amico serbo non era ancora arrivato. Ero sicuro che sarebbe venuto, me l’aveva garantito. Mi seccava terribilmente che si perdesse quella festa stupenda e per un attimo questo turbò i miei festeggiamenti.
Ma durò poco: la band attaccò con un fandango, ed io fui avvicinato da un’affascinante scheletressa. Poteva avere anche trecento anni, ma vi assicuro che era più attraente di molte donne ben più giovani di lei.
Mi porse la mano sottile, io la afferrai e la condussi al centro delle danze.
Ballava divinamente. Fu il fandango più macabro e sensuale di tutta la mia vita.
Finì il ballo, mi allontanai da lei. Non per altro, ma è meglio non innamorarsi di qualcuno che puoi vedere una sola volta l’anno. Sì, da certi punti di vista può anche essere un vantaggio, però…
Mi misi a camminare ciondolando fra le bancarelle, molte delle quali ormai distrutte dai festeggiamenti. Il mio amico serbo non era ancora arrivato e mi ero fatto malinconico. Pensai che probabilmente non sarebbe più arrivato. Bastardo, pensai…
Poi un trambusto improvviso. Delle persone che gridavano aiuto e trascinavano un uomo per le gambe. L’uomo perdeva sengue dalla testa.
“Che succede?” chiesi loro.
“Abbiamo trovato questo qua in un vicolo con la testa fracassata.” questo qua mi sembrava famigliare “Sta perdendo un casino di sangue e se non troviamo in fretta un dottore mi sa che tira le cuoia.” questo qua è il mio amico Stankovic, pensai.
Il panico mi assalì.
Cominciai a urlare, in mezzo al fracasso della festa di Ognissanti, disperato: “Un medico! Cristo c’è bisogno di un medico. Subito!”
Finchè non vidi uno coi baffi da medico, che quindi non poteva che essere un medico.
Ero sbronzo. Anche lui era sbronzo. E così, anche se lui mi spiegava di non essere un medico, bensì un assicuratore, riuscii a convincerlo di essere un medico.
Portammo il serbo Stankovic all’interno di una baracca e lo stendemmo su un letto.
“Cosa si può fare, dottore?”
Il dottore esaminava con sguardo stordito il paziente.
“Dottore?”
“Eh?”
“Allora?”
“Ah.”
Esaminò il serbo sanguinante per altri due minuti buoni.
“E’ spacciato.”
Sbiancai.
“Potrebbe tirare avanti due o tre giorni ma poi crepa.” concluse accarezzandosi il mento.
“Come ancora due o tre giorni?” domandai “Si perderà tutta la festa di Ognissanti! E’ venuto qui apposta.”
Il dottore si accarezzò il mento ancora qualche minuto, poi esclamò: “Una cosa si potrebbe fare…” ed estratta una pistola da sotto la giacca me la porse.
Lo fissai attonito.
“Beh, è lei il suo amico. Mica pretenderà che lo ammazzi io.”
Presi la pistola in mano, tremante, atterrito dall’idea di sparare al mio amico, per quanto ormai fosse spacciato.
Presi la mira. Poi crollai.
“Non ce la faccio. Non lo posso fare io.”
Uno degli uomini che l’aveva portato dentro si offrì di sparargli al posto mio, gli cedetti la pistola.
“Tieni.” gli porsi l’arma.
Neache feci in tempo a riabbassare la mano che fece un buco in testa a Stankovic.
“Cristo ma checcazzo hai fatto?”
“Ma mi hai chiesto tu di farlo, e io gli ho sparato.”
“Sì però potevi aspettare un attimo porca troia. Non ero pronto…”
Mi diede una pacca sulla spalla. Ormai non c’era che da aspettare che quel cadavere si alzasse, come fanno tutti i cadaveri a Izcurra il giorno di Ognissanti.
Fu un attesa macabra, tutti quanti radunati attorno a quel serbo morto con il cranio sanguinante. Ma fu un attesa premiata.
Mentre fuori la band accennava le prime note di un mambo sfrenato, il defunto Stankovic accennò un primo movimento. Poi un altro, e un altro ancora. A ritmo. Finchè quel fottuto cadavere non si alzò a ballare sul letto come un ossesso e, finito il brano, mi saltò addosso abbracciandomi.
Fu la festa di Ognissanti più bella della mia vita. Io e il serbo Stankovic bevemmo, urlammo e ci divertimmo come matti. Alle prime luci dell’alba, giunta l’ora del commiato, il mio amico mi ringraziò e scomparve sottoterra, dove da allora tutt’oggi dimora.
Lo rivedo ogni anno, una volta all’anno. Dove, credo sia superfluo dirlo…
Entrata archiviata sotto: Parole a caso sul monitor. Tags: bomboloni alla crema, grim fandango, morte, ognissanti, tequila.





1.
xx | settembre 30, 2008 alle 3:30 pm
Hai fatto un po’ di casino col copia e incolla.
Niente male, comunque. Mi è piaciato.
2.
Agu | settembre 30, 2008 alle 5:10 pm
ops…
mò rimedio
3.
Agu | settembre 30, 2008 alle 5:13 pm
ecco fatto, ora dovrebbe essere a posto.
wow, ti sei trovato il tempo di leggerlo…
4.
Botty | ottobre 16, 2008 alle 5:17 pm
Sissi!! Piaciuto tanto anche a me! (finalmente l’ho letto tutto!)
5.
Agu | ottobre 16, 2008 alle 5:41 pm
yeppa yé!