Arturo van Helsing vs il Troll Panettiere – Capitolo 8

E quindi ci siamo: di seguito trovate l’ottimo e ultimo capitolo di AvHvsiTP, racconto scritto a quattro nani con Alessio Marta!

Auto distrutte, vetrine in frantumi e segnali stradali devastati: il troll aveva fatto davvero un bel lavoro di demolizione. Reginaldo von Ravenhorst continuava a correre tenendo stretta nella mano un frammento della catena e non badava troppo alla distanza che stava accumulando rispetto ad Arturo, provato dal “combattimento” con il troll e dalla quantità di sigarette che era solito consumare.
«Forza, muoviti!» lo incitava il commissario, facendogli cenno con la mano di sbrigarsi. Raggiunsero in fretta un grande forno che Arturo conosceva bene, perché ogni volta che aveva qualche spicciolo in tasca andava proprio lì a comprare la colazione. L’ingresso era divelto dall’evidente passaggio del mostro, che doveva aver trascinato le porte automatiche dietro di sé per diversi metri. All’interno del locale, com’era da aspettarsi, regnava il caos. Il commesso era rannicchiato in stato di shock: «Che diavolo è successo qui?!?», sbraitò il commissario verso l’omino che, attonito, non riusciva a fornire spiegazioni coerenti.
Arturo passò subito all’azione seguendo le tracce verso il retrobottega. Quello che trovò non gli piacque per nulla. Nonostante non fosse un grande amante dei mostri, li rispettava, perché tutto sommato gli permettevano di sbarcare il lunario. Ma questo era davvero sbagliato: in quel laboratorio sfruttavano i troll (e chissà quali altre creature) per produrre morbidi muffin e croccanti, nonché deliziosi, filoncini di pane. C’erano tre banconi da lavoro, forme per dolci, teglie, ma sopratutto catene. Tutto l’ambiente era bianco e polveroso per via della farina: l’ASL non avrebbe mai permesso di produrre alimentari in simili condizioni. Al fondo della sala Arturo notò una sedia dove forse era solita stazionare la guardia e la porta che dava sul retro ancora socchiusa dopo la fuga dei responsabili. Il cacciatore di mostri osservò gli schiavi nerboruti con un pizzico di tristezza e pena, ma si guardò bene dal liberarli.
Il commissario intanto era riuscito a recuperare qualche preziosa informazione dal filippino che serviva al bancone. Si voltò preoccupato verso il suo giovane amico.
«Questa organizzazione sembra sia più grande di quanto immaginassimo, Arturo.»

Arturo van Helsing vs il Troll Panettiere – Capitolo 6

Dopo un capitolo 5 che ci ha fatto fare Giacomo Giacomo alle ginocchia, continuano le avventure di AvHvsiTP…

Il troll vide il fumo uscire dalla bocca di quel tizio agghindato in modo strano – non che se ne intendesse più di tanto in fatto di abbigliamento umano, ma il pigiama di Arturo era davvero inguardabile – e provò dentro di sé una rabbia estrema. Non riusciva a capirne il motivo, a livello razionale (il livello razionale dei troll è molto poco sviluppato), ma se mai avesse deciso di andare da uno strizzacervelli, cosa che comunque non avrebbe mai potuto funzionare perché sarebbe stato lui a strizzare il cervello dell’analista, questi gli avrebbe potuto riassumere così quella reazione: trauma infantile. L’umano che lo aveva rapito e rinchiuso in uno scantinato tanto tempo prima, quando ancora era un cucciolo, bruciava sigarette una via l’altra, ragion per cui il troll legava il fumo a ricordi poco piacevoli.
Il bestione abbandonò l’automobile che per alcuni indimenticabili istanti era stata il suo giocattolo preferito e si lanciò alla carica dell’omuncolo, che al contrario di tutti gli altri umani nell’arco di cento metri non sembrava più che tanto spaventato.
Un attimo prima che il troll potesse terminare la sua corsa furibonda, il tizio gettò la sigaretta a terra e con gesto rapido gli lanciò addosso una nuvola di polvere bianca presa da un pacchetto che teneva tra le mani. Gli ci volle meno di un secondo – una velocità folle per il cervello di un troll – per riconoscere quella fragranza profumata e rassicurante.
Farina. L’unico elemento che da quando era stato rapito gli avesse mai regalato qualche gioia. E mentre la polvere gli risaliva per le narici, il troll avvertì una profonda sensazione di tranquillità pervadere il suo corpo, mista a una gradevole sonnolenza.
Si arrestò appena prima di afferrare quel dannato ometto e stritolarlo come un muffin venuto male. Anzi, a dirla tutta quell’ometto non gli sembrava più così malaccio. Ai suoi occhi drogati dalla farina aveva assunto un aspetto quasi rassicurante.
Di colpo il troll avvertì tutta la stanchezza della giornata. Si mise ginocchioni e lasciò andare la testa contro l’umano, che per attutirne il peso dovette sedersi a terra. Dopodiché, senza nemmeno chiedergli il permesso, cominciò a schiacciare un pisolino tra le sue braccia.

Arturo van Helsing vs il Troll Panettiere – Cap.4

E pochi centimetri qui sotto, forse anche meno, trovate il quarto capitolo di Arturo van Helsing vs il Troll Panettiere, raccontino che ci stiamo rimbalzando a mo’ di ping pong io e Alessio Marta. Chi scrive un capitolo, chi l’altro? Un mistero degno di Jessica Fletcher

Giù in strada il troll stava mettendo a soqquadro l’intero quartiere. Era in chiaro stato confusionale, tanto che non riusciva neppure a concentrarsi sull’obbiettivo della sua ira, in quel momento focalizzata su un idrante rosso nuovo fiammante. Continuava a colpirlo con forza inaudita, forse perché quel colore tendeva a farlo imbestialire o forse perché i suoi occhi non erano in grado di distinguere il verde dal rosso. Fatto sta che la corazza di ghisa si era deformata e l’acqua stava iniziando a zampillare incontrollata. Intorno al bestione verde si era creato il vuoto, i piccoli esseri umani erano quasi tutti fuggiti. Gli unici a essere rimasti sul posto, anche se si tenevano a debita distanza (cioè il più lontano possibile), erano due agenti di polizia: Carlo e Diego. Ingenuamente pensavano che la chiamata fosse uno scherzo giocatogli dalla centralinista, ma era loro dovere andare a controllare. Non si sarebbero mai aspettati di trovare una furia verde armata di un maxi-mattarello che menava qualunque cosa gli si trovasse a tiro.
«Questo è il mio primo giorno!» continuava a mugugnare Carlo, nascosto dietro la portiera della volante.
«Tranquillo, il Commissario ha già provveduto a chiamare un esperto.» Il collega anziano cercava di mantenere un tono di voce rilassato e calmo, ma non gli stava riuscendo nel modo più assoluto e aggiunse: «Noi siamo poliziotti per l’amor di Dio! Non è compito nostro occuparci di cose simili.»
«Gruaurrr!!» urlava il troll isterico, che nel frattempo aveva sradicato l’idrante e si era bagnato dalla testa ai piedi. Se c’era una cosa che odiava più di un grembiule sporco, era l’acqua, sopratutto quando gli si appiccicava addosso raggrumando la farina. Ma ad essere sinceri nemmeno i poliziotti gli piacevano un granché, così iniziò a correre nella loro direzione con il mattarello pronto a colpire. Le sue urla erano spaventose e Carlo iniziò a pregare mentre tutta la sua vita gli passava davanti come un film poliziesco di serie B.

Arturo van Helsing vs il Troll panettiere – Capitolo 2

Come da titolo… che ve lo ripeto a fare?

“Sgrooarg!”, pensò il troll. E anche “Grooonk!” e “Graouaar!”. La rabbia gli impediva di ragionare lucidamente, altrimenti gli sarebbe venuto in mente qualcosa più tipo “Aaarghraahrg”.
Ma non si trattava solo della rabbia: erano anche quegli omuncoli che schizzavano da tutte le parti urlando, che lo mandavano in confusione. Per cercare di ottenere un po’ di silenzio, li colpiva con violenza con il mattarello ancora sporco di pasta fresca, ma niente, quelli continuavano a gridare anche dopo che li aveva fatti stramazzare al suolo, e così lui era costretto a colpirli ancora e ancora. Fino a che non stavano zitti.
E dire che quella giornata era anche cominciata bene. Con una pagnotta perfetta. Gli venivano bene, le pagnotte, soprattutto quelle un po’ grosse e non troppo rifinite, tipo il pane di Altamura. Con quelle sue manone grandi come portiere di automobile, riusciva a impastare che era un piacere. E anche stendere la pasta con il mattarello gli veniva bene.
Ma quando si trattava di lavorare prodotti un po’ più piccini, allora cominciavano i problemi. Finiva che ci metteva sempre un po’ troppa forza, e allora quelli si rovinavano.
Stavolta si era trattato di un muffin.
Uno stupido muffin che appena sfornato aveva voluto togliere dallo stampo, per vedere come era venuto, solo che era così piccolo che gli si era sbriciolato tra le dita, spruzzando marmellata all’albicocca incandescente sul suo grembiule. E se c’era una cosa che il troll odiava, era avere il grembiule sporco.
Accecato da una furia improvvisa, aveva tirato la catena che lo teneva imprigionato con una furia tale da sradicarla dalla parete. Poi aveva cominciato a rotearla sopra la sua testa e l’aveva calata con violenza sul cranio del suo custode. Non contento, aveva afferrato l’omino rantolante, lo aveva impastato con acqua e farina di Kamut e poi aveva fatto su il tutto a forma di pagnotta. E lo aveva infornato.
Le guardie erano accorse quasi subito, il che lo aveva fatto imbestialire ancora di più. Ma non era stato difficile liberarsene. Da lì ad abbattere la grata metallica delle segrete e poi uscire all’aria aperta, il passo era stato breve.
Solo quando il troll si era trovato in mezzo alla strada, aveva realizzato il suo errore. Tutto quel frastuono – le grida, i clacson, i cani – lo aveva fatto andare in confusione. E con la confusione era ricominciata la violenza.
Con ancora in mano il mattarello da panettiere che si era portato dietro dalla sua fuga, il troll aveva dato il via al massacro.